Quale riforma per l’Ordine dei giornalisti italiani se non esiste consapevolezza della realtà

mar 24, 2016 No Comments by

ROMA – «Una sorta di riforma “elettorale” finita a sorpresa in una proposta di legge sull’Editoria che non c’entra nulla con l’Ordine dei giornalisti». Comincia così l’intervista a Santino Franchina, vice presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti italiani. Con una nota di ironia il rappresentante dei giornalisti definisce un azzardo la ridefinizione della composizione del Consiglio nazionale dell’Odg voluta da un esponente del governo e inserita di soppiatto con una integrazione di cinque righe nel disegno di legge sulla riforma dell’Editoria, presentata da esponenti del Partito democratico e discussa dal relatore Roberto Rampi, e approvata senza alcun indugio alla Camera il 2 marzo scorso e ora al vaglio al Senato.

Santino Franchina, vice presidente Odg

Santino Franchina, vice presidente Odg

«È a rischio la rappresentanza dei giornalisti, soprattutto per i pubblicisti – continua Franchina come un fiume in piena – che saranno penalizzati da un numero esiguo di appena 12 rappresentanti a livello nazionale, nonostante una presenza sul territorio di 77 mila unità, registrati negli appositi elenchi dell’Ordine professionale».

Insomma una vera beffa, che avrà le sue ricadute anche sulla gestione dell’intera macchina organizzativa dell’Ordine professionale dei giornalisti relativamente al normale svolgimento delle sue funzioni istituzionali. Secondo il nuovo disegno di legge, che dovrebbe riconfigurare anche quelli che sono i confini operativi dell’Odg, il nuovo consiglio nazionale sarebbe dunque di fatto svuotato dei suoi poteri, relegando ai singoli ordini professionali regionali la piena autonomia decisionale e di controllo istituzionale sul corretto esercizio del lavoro giornalistico.disegno_legge_ODG_Senato

Una autentica tagliola, quella sul drastico sfoltimento del numero dei consiglieri nazionali – che passerebbero così da 156 a 36 (24 professionisti e 12 pubblicisti) se la legge dovesse essere discussa con successo anche al Senato – , che andrebbe ad intaccare anche quei principi sulla garanzia di rappresentanza territoriale, mortificata da un numero di giornalisti sottodimensionato rispetto al numero effettivo delle regioni italiane.

Non vi è dubbio della necessità su una riforma organica e democratica dell’organo di rappresentanza dei giornalisti italiani, ormai ferma alla vecchia legge istitutiva N°69 del 3 febbraio 1963. Se l’iniziativa di una riforma sul mondo del giornalismo è auspicabile è altrettanto condivisibile che le linee guida della svolta non passino agli occhi dell’opinione pubblica come uno dei numerosi spot elettorali del governo Renzi nel nome della solita spending review, che non ha alcun nesso con l’Ordine dei giornalisti che sopravvive dei soli proventi relativi alle tasse annuali d’iscrizione dei suoi 110 mila iscritti.

Quello che lascia perplessi sono le modalità per cui, attraverso una legge delega camuffata ad arte, il governo imponga dei diktat costellati di criticità sulla riforma dell’ordinamento giornalistico che invece dovrebbe tener conto, attraverso un tavolo di discussione, di una profonda verifica e revisione di quegli aspetti legati alla professione, che negli ultimi decenni ha conosciuto un mutamento inesorabile dell’attività giornalistica. Se la legge sull’Editoria è necessaria per ristabilire le modalità e i criteri di sovvenzionamento rispetto a quelle testate che sono la diretta espressione degli organi sindacali o di partito, è altrettanto vero che non è possibile decretare una concentrazione disorganica del potere funzionale e rappresentativo dell’Odg ai presidi regionali, con criteri di iniquità, al cospetto di un organismo di rappresentanza nazionale ridotto all’osso.

Non si comprende per quale motivo debbano ancora esistere due elenchi di giornalisti presso l’albo dell’Ordine professionale, in un contesto sociale ed economico in cui non vi è più alcun motivo la distinzione fra giornalista pubblicista e giornalista professionista, dal momento che entrambe le categorie godono delle medesime responsabilità, risultando altresì parificate, (secondo il nuovo disegno di legge) le tutele per le due differenti qualifiche. Il questo senso il vice presidente dell’Odg Santino Franchino ci spiega: «Molto spesso un giornalista pubblicista che lavora in una redazione di un giornale rimane tale non per scelta, bensì perché è obbligato da un sistema di natura contrattuale che, diversamente con la qualifica di professionista, lo metterebbe a rischio licenziamento».

Questo per dire che è necessario ed indispensabile rivedere i criteri di accesso alla professione. Al tempo stesso ristabilire le dinamiche normative per il “ricongiungimento” dei Pubblicisti nell’elenco dei Professionisti, eliminando dunque quei vincoli antitetici e facilmente raggirabili che certificherebbero la qualità del lavoro gionalistico attraverso i compensi conseguiti, e quindi consentendo l’accesso d’ufficio all’esame di Stato per tutti coloro che hanno maturato almeno dieci anni di iscrizione all’albo, che siano in grado di documentare una continuativa attività lavorativa e in regola con i pagamenti dei contributi minimi alla Gestione separata previdenziale dell’Inpgi e con i crediti formativi per l’aggiornamento professionale. L’accesso alla professione giornalistica deve dunque essere garantita a tutti coloro che vogliono intraprendere il mestiere di giornalista, secondo delle modalità che siano in grado di assicurare la formazione indiscriminata alla professione e, soprattutto, attraverso stage retribuiti e tutelati da forme contrattuali blindate che tengano conto di tutta una serie di garanzie legate all’equo compenso e ai fondi contrubutivi ai fini pensionistici.

Nel servizio curato da Massimo Manfregola molti consiglieri nazionali  dell’Ordine dei giornalisti spiegano le molteplici criticità di un disegno di legge discusso alla Camera e ora al vaglio del Senato. Hanno preso la parola il vice presidente nazionale dell’Odg, Santino Franchina e i consiglieri nazionali Antonio Sasso, Aurelio Biassoni, Vito Scisci, Daniela Molina e Angelo Baiguini.

Per troppi anni il giornalismo italiano ha vissuto all’ombra di meccanismi che hanno finito per agevolare pratiche clientelari che nulla o poco avevano a che fare con la garanzia di professionalità, inflazionando l’accesso alla professione attraverso criteri di subordinazione contrattuale e retributiva insostenibili. Un percorso ad ostacoli alimentato da una burocrazia pensata ad hoc per tutelare sempre più spesso gli interssi degli editori e non certo quelli del lavoratore.

È tempo di cambiare. Ma in meglio. Se l’Ordine dei giornalisti non riesce a garantire i principi minimi di eguaglianza, di sostenibilità e sostengno alla categoria, tanto vale eliminarlo del tutto.

Massimo Manfregola

24/3/2016

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Massimo Manfregola è un giornalista con esperienze nel campo della comunicazione della carta stampata e della televisione. È specializzato nei settori del giornalismo motoristico, con una particolare passione per l’approfondimento di tematiche legate all’arte e alle politiche sociali.
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