Il destino dell’Italia è segnato: serva di Bruxelles e preda del califfato islamico dell’Isis

giu 22, 2015 No Comments by

ROMA – È passato qualche tempo da quando il premier Matteo Renzi affermava che «Il parametro del 3% è antiquato, ma lo rispetteremo» riferendosi al patto di stabilità sottoscritto dai Paesi che aderiscono alla piattaforma europea per il trattato di stabilità economica. Da quando si sono succeduti i governi dell’area Pd, cominciando da quello targato Mario Monti, passando dal primo ministro Enrico Letta fino all’attuale governo di Matteo Renzi, possiamo dire che l’Italia si è costruita una solida reputazione in fatto di “rispetto dei doveri” nei confronti dell’Unione europea. Un forma di servilismo che ha finito per impoverire l’economia globale del Paese e sacrificare un pezzo importante della sua sovranità monetaria ed istituzionale.

G7, Castello di Elmau (Austria), una foto emblematica con Obama che sembra abbracciare la Merkel e il premier italiano Renzi

G7, Castello di Elmau (Austria), una foto emblematica che ha fatto il giro del mondo con Obama che sembra abbracciare la Merkel e il premier italiano Renzi

Le scelte politiche di questo governo sono antitetiche rispetto alle priorità di un Paese che si ritrova sull’orlo del baratro, con una economia massacrata e una classe dirigente inadeguata e sempre più spesso corrotta. A quanto pare i doveri non pagano se non vi è la contropartita del rispetto dei diritti, almeno per quanto riguarda l’opportunità di avere un piano adeguato per la gestione dei flussi migratori che in questi mesi hanno messo in crisi molti Comuni del nostro martoriato Paese.

L’Europa si defila dai problemi relativi all’enorme flusso migratorio che arriva in Italia da paesi come Libia, Eritrea, Siria e Iran. Gendarmerie e Police Nationale respingono i migranti alle frontiere di Ventimiglia e Cannes, violando senza nessuna esitazione la convenzione di Schengen, che prevede il libero passaggio fra i varchi di confine. Un segnale forte da parte della Francia di Hollande che vuole rivendicare quanto i flussi indiscriminati di migranti possano rappresentare una minaccia alla sicurezza del Paese.

Migranti sugli scogli di Ventimiglia © Ansa

Migranti sugli scogli di Ventimiglia © Ansa

Dagli ultimi dati dello stato maggiore della Difesa il numero maggiore dei migranti è quello proveniente dalla Siria (49.073) seguito dagli eritrei (47.303). Dal 2013 gli sbarchi dei migranti sulle nostre coste sono aumentati di oltre il 240%. Dal 12 marzo scorso, giorno in cui è cominciata la missione Mare Sicuro, fino al 15 giugno scorso, sono stati 60 gli eventi di ricerca in mare da parte della nostra Marina Militare; 22.202 i migranti assistiti; 136 gli scafisti fermati e una nave catturata.

Una politica antitetica quella francese rispetto a quella nazionale che, dietro all’apparente buonismo, nasconde un giro di malaffare che coinvolge numerosi Centri di accoglienza italiani, come quello Cara di Mineo, di cui è stato chiesto il commissariamento dall’autorità anticorruzione guidata da Raffaele Cantone per una procedura di appalto di circa 100 milioni di euro assegnata con una gara ritenuta in netto contrasto con i principi di libera concorrenza, ossia a mandato diretto. Ma in odore di mafia ci sono anche altre situazioni legate all’ospitalità dei migranti che lasciano intravedere questioni poco trasparenti, molto simili con quella del caso Buzzi in Mafia capitale, e che getta una nuova ombra su questo governo per il coivolgimento del sottosegretario all’Agricoltura e del Nuovo Centrodestra Giuseppe Castiglione, indagato per turbativa d’asta e turbata libertà di scelta del contraente nell’ambito dell’inchiesta romana.

Il Viminale in tutta questa faccenda non sembra scomporsi. Angelino Alfano, più volte invitato dall’opposizione del governo a dare le sue dimissioni dalla carica di ministro degli Interni, ogni volta che viene tirata in ballo la sua capacità di gestire l’ordine pubblico e la sicurezza nazionale, così come farebbe un bravo prestigiatore, tira fuori dal suo cilindro una giustificazione che non convince e progetti sbiaditi che non rassicurano sulla percezione di insicurezza che da mesi, ormai, attanaglia tutto il Paese.

La crisi Greca

È un’Italia impoverita e smembrata quella che ci consegna questa fantomatica Europa delle banche e della finanza. Una Europa che perde pezzi, così come sta accadendo alla Grecia che, a causa del mancato rimborso di 1,6 miliardi di euro al Fmi, il Fondo monetario internazionale (che ha fissato una scadenza entro il 30 giugno) e di 3,5 miliardi di euro alla Bce (entro il 20 luglio), rischia la bancarotta dopo il tracollo finanziario che ha messo in ginocchio il Paese, che adesso fa la fila agli sportelli dei bancomat per ritirare tutto il contante ancora possibile di quel che resta dai propri conti correnti. Un quadro che, all’occhio esperto di un analista strategico, potrebbe assumere i connotati di un piano messo  apunto a tavaolino dalle lobby del potere politico e finanziario internazionale che hanno intravisto nell’Eurozona la piattaforma ideale per fare affari e, al tempo stesso, per mettere le mani sui Paesi del Mediterraneo come l’Italia, ad esempio, che da sempre rappresentano il baricentro del Mondo.

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La disperazione lascia il posto alle minacce: “we are all greeks now”, che tradotto in italiano significa: siamo tutti greci ora

È nuovamente guerra fredda fra Washington e il Cremlino

La stessa politica della Nato sembrerebbe assecondare questa ipotesi di complotto organizzato, rafforzato anche dalla destabilizzazione dei Paesi africani e di quelli Medio orientali. Contro l’immigrazione incontrollata e l’avanzata dell’Isis la politica di Obama appare distratta e del tutto disintiressata. Per l’America la vera minaccia sarebbe Putin e la crisi della Ucraina, una delle economie più corrotte del mondo, con un sistema bancario inefficiente e un ulteriore debito nei confronti del Fmi di oltre 20 miliardi di dollari, che potrebbe raggiungere la cifra record di 40 miliardi di dollari nell’arco di quattro anni. Così come sta accadendo in Italia, a Kiev non esiste una classe dirigente in grado di portare il paese fuori dal guado in cui si è cacciata.

La recente visita a Roma di Vladimir Putin a Papa Francesco

La recente visita a Roma di Vladimir Putin a Papa Francesco

Molti analisti come Gianpaolo Caselli, professore di Politica economica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, affermano che una speranza di salvezza per l’Ucraina può essere quella di non aderire al blocco occidentale e della Nato, bensì stringere accordi con Mosca e Bruxelles; così come riportato in un articolo de Il Fatto Quotidiano.it del 10 aprile scorso.

La rappresaglia alla crisi ucraina della politica di Bruxelles nei confronti della Russia, con l’embargo di prodotti alimentari che ha prodotto solo per l’Italia un danno economico (per la perdita di affari negli scambi commerciali) stimato attorno ai 200 milioni di euro, è una situazione destinata probabilmente a prolungarsi fino al 31 gennaio 2016, con tutte le conseguenze del caso e con un inasprimento delle criticità sul piano politico ed economico fra il Cremlino e i paesi come la Ue che hanno appoggiato la politica filoamericana contro Putin.

Il ministro della Difesa Pinotti in occasione del Corso per giornalisti in aree di crisi

Il ministro della Difesa Pinotti in occasione del Corso per giornalisti in aree di crisi © manfregola

Nicola Pedde

Nicola Pedde © manfregola

Ma non tutti sono d’accordo nel condannare senza appello la Russia. In occasione di un recente corso di aggiornamento per giornalisti che operano nelle aree di crisi e delle nuove minacce  alla sicurezza, presso la sala Walter Tobagi della della Fnsi (Federazione nazionale stampa italiana) di Roma, il direttore dell’Istituto di ricerca Global Studies, Nicola Pedde, ha riconosciuto che la responsabilità nella determinazione del processo di crisi fra Russia e Ucraina non è solo da addebitarsi alla Russia di Putin: «Sia l’Europa che la Russia non sono estranei a questa situazione critica: stabilire un concorso di colpa è definire il nostro interesse nazionale». L’analista Nicola Pedde, che collabora anche con la stesura del volume “Osservatorio Strategico” del Ce.mi.ss, ha una sua idea ben definita sulla questione: «Siamo trascinati in questa crisi fra Russia e Ucraina da paesi dell’ex blocco sovietico come la Polonia, che soffre ancora delle reminescenze nei confronti della Russia, ai tempi in cui i leader comunisti polacchi elessero come primo ministro Wladyslaw Gomulka e l’esercito sovietico intimò l’annullamento delle elezioni».

La minaccia dell’Isis

Ma è sulla minaccia dell’Isis alle porte dell’Italia che si giocherà gran parte della futura politica estera del nostro Paese. Se per la Nato e quindi l’America la lotta contro l’Isis non rappresenta una priorità, quanto la questione Ucraina e il controllo del Pacifico, l’Italia è giusto che riconosca come sue priorità il Mediterraneo e la Libia e non può certo rivolgere le sue attenzioni sul nord-est Europa. La questione del Medio Oriente va inquadrata in un problema legato ad una fase di sostituzione generazionale. E l’inserimento di attori critici nelle questioni politiche di alcuni Paesi ha fino ad ora conosciuto solo un peggioramento del problema.

I guerriglieri dell'Isis che controllano un vasto territorio in Libia al confine con la Siria

I guerriglieri dell’Isis che controllano un vasto territorio in Libia al confine con la Siria

«Il processo di crisi in Medio Oriente – sostiene Pedde – non è cominciato con la Primavera araba, ma è partito sin dal processo di colonizzazione». Infatti, se provassimo a dare uno sguardo ad una vecchia cartina geo-politica dei primi del Novecento dello scorso millennio, che allora comprendeva ancora I’Impero Ottomano, ci accorgiamo che molti Paesi non esistevano come entità separate, perché già colonie come Aden e Cipro, i protettorati britannici di Hadramaut, Oman, Bahrein, Kuwait. Alcune zone della Persia erano o d’influenza russa o britannica. Ad est della Persia e dell’Afghanistan, dove oggi vi è il Pakistan vi era l’India britannica.

Il capo di Stato maggiore, generale Claudio Graziano © manfregola

Il capo di stato maggiore, generale Claudio Graziano © manfregola

La questione è assai complessa, anche perché non è possibile intervenire militarmente senza che vi sia prima una risoluzione Onu votata dai quindici membri del Consiglio di sicurezza. Una condotta sposata e confermata anche dal capo di stato maggiore della Difesa, il generale Claudio Graziano, presente anch’egli con un suo apprezzato intervento in occasione dell’incontro con i giornalisti presso la Fnsi di Roma, che si è soffermato anche su altri aspetti relativi alla delicata questione Mediorientale: «La revisione storica non paga perché è tutto cambiato rispetto a prima. Per lavorare nelle aree operative è necessario studiare tantissimo, perché convivono varie componenti che interagiscono con le alleanze».

I ribelli della Penisola arabica dello Yemen

E infatti fare chierezza in questa polveriera Mediorientale è assai difficile, perché gli attori sono diversi e spesso in conflitto fra loro, come accade fra i due protagonisti dei due rami opposti dell’Islam come le popolazioni degli Sciiti  e dei Sunniti che si considerano alternativi gli uni agli altri. I primi rappresentano il 15-20% dei musulmani costituiti da sciiti delle diverse correnti (duodecimana, la principale, e poi ismaelita, zaidita) ramificati in Iran e fra i talebani; i secondi rappresentano quasi l’80% dei musulmani, detti anche Muhammad, sono considerati il ramo ortodosso dell’Islam. Credere che sia la Siria l’epicentro della crisi non è corretto, perché tutto è partito dall’Iran, Paese in cui convivono diverse anime che covano antichi rancori per le opposte fazioni; patria dello sciismo e sponsor occulto degli Houthi, detti anche “Ansar Allah” (Partigiani di Allah), ribelli discendenti di Zayd bin Ali (gli Zaydi appunto) ritenuta la fazione più vicina al sunnismo, che sono la minoranza sciita dello Yemen, uno dei Paesi più poveri della Penisola arabica, ma strategico nella lotta al terrorismo internazionale. Gli Houthi posseggono una tv satellitare, al-Manaar, e utilizzano i principali social network per diffondere i loro messaggi, che hanno come strategia del terrore la diffusione di video che mirano a diffondere insicurezza anche senza nessuna operazione militare.Stampayemen_map_masman

Dopo il 1989 il numero di operazioni militari delle nostre Forze armate è aumentato in modo quasi esponenziale. Negli ultimi cinque mesi sono stati registrati 36 motivi di allarme aereo sui cieli nazionali. Attualmente l’Italia impegna 11.655 militari nelle varie missioni, di cui 6.655 schierati sul territorio nazionale in affiancamento alle Forze di polizia; 5000 impegnati nelle missioni militari all’estero, di cui 650 uomini attualmente sul territorio Afghano.

L’Isis è vicino, più di quanto questo governo possa immaginare.

Massimo Manfregola

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Massimo Manfregola è un giornalista con esperienze nel campo della comunicazione della carta stampata e della televisione. È specializzato nei settori del giornalismo motoristico, con una particolare passione per l’approfondimento di tematiche legate all’arte e alle politiche sociali.
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