Italia in riserva di ossigeno per un’Europa sempre più lontana

ott 29, 2014 No Comments by

Ordine dei giornalisti e ufficio italiano della Commissione Europea hanno affrontato le prospettive italiane nel Continente nel corso di un seminario “Europa e Italia: vincoli e opportunità. Patto di stabilità e coordinamento delle politiche economiche”

Più che una corsa ad ostacoli, sembra un campo minato. È la sintesi di quanto emerso venerdì 11 aprile a Roma, in occasione del seminario “Europa e Italia: vincoli e opportunità. Patto di stabilità e coordinamento delle politiche economiche”, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti presso la “Sala delle Bandiere” degli uffici della Commissione europea, avente per tema il difficile percorso che dovrà affrontare il Bel Paese per risalire la china nell’ambito degli impegni sottoscritti con il trattato di Maastricht.

Ne hanno parlato alla nutrita platea dei giornalisti presenti Ewelina Jelenwoska, funzionario della comunicazione della Commissione europea, e Pierre Ecochard, consigliere economico e responsabile per il semestre europeo. Sotto la lente d’ingrandimento sono passati i cinque obiettivi fissati dalla Ue per il 2020: occupazione, Istruzione, cambiamenti climatici ed emissioni gas serra, lotta alla povertà, investimenti e aumento del Pil.

Cinque punti programmatici che rappresentano un ambizioso quanto difficile traguardo per i governi dei Paesi membri, che lottano con la difficile congiuntura economica mondiale. Osservata speciale è ancora quell’Italia in riserva di ossigeno, proprio a causa dell’alto tasso di disoccupazione che frena inesorabilmente la crescita economica del paese. Al punto che l’obiettivo del 75 per cento relativo all’innalzamento del tasso di occupazione che ha fissato la Ue per il 2020 (per la fascia compresa tra i 20 e i 64 anni), rimane per l’Italia un limite realisticamente irraggiungibile.

E persino l’ottimistica stima del 66 e 67 per cento, messa a punto dall’Italia rispetto ai suoi diretti concorrenti europei, non convince e soprattutto non tranquillizza gli economisti, visto e considerato che Olanda e Danimarca, ad esempio, stimano un’accelerazione di occupazione per la scadenza del 2020 pari all’80 per cento, con la Svezia, che ha fatto previsioni stratosferiche, fissando margini di miglioramento persino superiori rispetto ai suoi concorrenti appena citati.

Ma è il debito italiano che preoccupa il sistema: fra tutti i paesi membri, l’Italia è quello che ha avuto un calo del Pil più preoccupante rispetto al resto d’Europa. Alcuni dati: nel 2014 il tasso è stabile sul 133,7 per cento con una previsione per il 2015 del 132,4 per cento; mentre il Pil, che oggi si attesta allo 0,6 per cento (contro il +1,2 per cento medio dell’Eurozona e il +3,6 per cento globale), nel 2015 dovrebbe avere un incremento di + 1,2 per cento, una prospettiva ben al di sotto persino della Grecia (2,9 per cento). Dunque, se è vero che anche i numeri incarnano un’anima, allora il destino del Paese necessita di una “correzione” per non rischiare la crisi esistenziale.

UN MURO DI GOMMA PER I NOSTRI EUROPARLAMENTARI

Siamo praticamente in campagna elettorale per le consultazioni europee del prossimo 25 maggio e il convegno organizzatooggi presso il palazzo della Commissione europea è stata l’occasione più propizia per una tavola rotonda organizzata da Paolo Trombin, giornalista economico del Tg5, con la partecipazione dei parlamentari europei Alfredo Pallone (Ncd) e Roberto Gualtieri (Pd), i quali non hanno dissimulato la preoccupazione per un sistema legato alla governance europea che l’On. Pallone ha definito “intergovernativa” invece che “comunitario”.

Un modo per dire che l’Europa non ha ancora maturato il concetto per cui bisogna pensare secondo una logica comunitaria e non certo nazionalistica, con prospettive ed interessi legati alla singola nazione. Ma il percorso in questo senso è ancora lungo e non privo di ostacoli: «Ci siamo battuti contro il “Six Pac”, il pacchetto legislativo varato per il rafforzamento della governance e della disciplina di bilancio approvato da Bruxelles – ha affermato l’On. Roberto Gualtieri, il quale poi ha spiegato che continuato – secondo il nostro punto di vista è una regola asimmetrica nei termini in cui è stata formulata. L’equivalenza fra regola del deficit del 3 per cento e quella del debito, devono essere parametrate in un modo diverso rispetto a quando questo accordo è stato attuato».

Un riferimento, dunque, alle nuove misure rispetto al Patto di stabilità, che inaspriscono il controllo e la sorveglianza preventiva, secondo parametri e metodologie che non tengono conto della contrazione del mercato interno dei paesi. Un sistema di “sorveglianza” che prevede che la Commissione possa agire con più forza rispetto a quanto viene fatto oggi, con degli avvertimenti preventivi ancora più rigorosi e repressivi.

Una visione per certi versi antitetica quella della politica europea rispetto ai problemi nazionali. L’orientamento della governance europea nell’ottica di un lavoro sempre più flessibile del lavoro, non aiuta l’Italia a risolvere il problema della disoccupazione e della precarietà che continua a generare incertezza e povertà sempre più diffusa nel nostro paese. Se per gli europeisti convinti la Comunità è una sfida da vincere ad ogni costo, per l’Italia, il costo per questa sfida è forse troppo alto.

Massimo Manfregola

L’articolo è stato pubblicato l’11 aprile 2014

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